lunedì, 06 luglio 2009

Quando giunse alla casa sulla spiaggia, lui era già fuori, nella veranda di legno, sprofondato in una poltrona di vimini a fissare la baia, nel fresco dell’aurora, attendendo che il sole facesse la sua definitiva comparsa sopra un mare violaceo e quasi immobile.
La capanna sorgeva su di un blocco roccioso, a pochi metri dalla riva e scricchiolava sotto i passi e ad ogni sussulto di vento. Davanti ad essa qualche fiore spontaneo decorava quello scheggìo di rocce che emergevano taglienti sulla distesa di sabbia grigia che prendeva il sopravvento approssimandosi alla battigia.
Lei arrivò alle sue spalle, senza fare il minimo rumore.
“Ti aspettavo” disse lui, senza voltarsi, con voce profonda e stanca. “E già da tempo”.
Per un attimo lei rimase come sorpresa poi, quasi a scusarsi: “Ho avuto molto da fare” disse “Ma non mi sono dimenticata.”
Lei non si era dimenticata. Non si dimenticava mai; poteva tardare un mese, o dieci, o più ma non si dimenticava. Lui non disse nulla. Guardava il mare, come lo vedesse per la prima volta. Eppure sul mare aveva vissuto e lo aveva amato e odiato ogni giorno ed ogni santissimo giorno ci aveva combattuto, da più di sessant’anni.
Lei si avvicinò e fece per appoggiarsi alle sue spalle ma si fermò all’improvviso perché le sembrò di scorgere, da dietro, il brillare di una lacrima d’argento, nascosta tra l’apice dell’occhio destro e una fessura profonda di quella pelle bruciata dal sole e dal vento.
Fu allora che si accorse della magia del momento; l’acqua che tremava morbida fino all’orizzonte, confondendosi col cielo, tra i vapori del mattino; l’aria gonfia del profumo delle erbe selvatiche; e forse ancora qualche stella che si spegneva, in alto. Non poté non chiudere gli occhi, per un istante.

“Tornerò”, disse indietreggiando lentamente. Poi sparì, leggera e silenziosa come era arrivata.
“Tornerò”, disse.
“Fottiti!”, pensò il vecchio, prima di assopirsi sotto la carezza delicata del sole che sorgeva.




P.S. Indichi il lettore l’identità di Lui, di Lei e la morale sottesa
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mercoledì, 24 dicembre 2008
Il calendario segnava il 24 di dicembre dell’anno 0. Già in molti, tra quelli che avevano vissuto il 31 dicembre dell’anno –1 con crescente ansia e trepidazione, avevano iniziato a dubitare che ormai sarebbe successo qualcosa di sconvolgente. E la storia pareva ripetere sempre l’identico motivo: grandi ansie risolte in immense delusioni. O brevi sensi di liberazione, che nascondono pur sempre una certa dose di delusione. Come mille anni più tardi, per via dell’annunciata fine del mondo o duemila, per via del sovrastimato millennium bug, o tremila per…chissà. Comunque se qualcosa sarebbe accaduto, lo avrebbe fatto da lì a pochi giorni: la fine dell’anno era ormai imminente…
“Consolati Maria del tuo pellegrinare!
Siam giunti. Ecco Betlemme…”
Giuseppe guardò Maria con aria stanca ma ammirata: quella giovane aveva sopportato un lungo e difficile cammino, nel ventre una creatura pronta ad affacciarsi ad una nuova vita. Purtroppo quello che aveva da offrirle era ben poca cosa: qualche misera provvista e pochi euri giudaici per pagarsi una locanda. Ma poi la storia la sapete…e si diressero verso una mangiatoia.
La neve! - ecco una stalla! …”
La mangiatoia era composta da una tettoia di legno, addossata alle umide pareti di roccia di un piccolo rilievo. Per terra un po’ di fieno ed alcuni esemplari di cibo riconsiderato da bovidi intestini particolarmente attivi. Maria si adagiò su di un giaciglio improvvisato, che il suo sposo cercò di rendere più confortevole stendendo alcuni panni ancora asciutti. Non nevicava affatto; scendeva dal cielo una pioggia fitta fitta e senza speranza, che penetrava fin nelle ossa. La Santa Vergine soffriva sommessamente.
 
Ma, nella zona, ella non era l’unica creatura in aria di Santità a soffrire: c’era il povero pastore che aveva appena perduto il figlioletto e il ricco mercante che vegliava il vecchio padre agonizzante. E poi il saggio che pensava ai crudeli meccanismi del mondo, il pescatore che non riusciva a sfamare la famiglia e l’agnello che stava per essere sgozzato…
 
Non c’era la cometa, che tanto con quel tempaccio comunque non si sarebbe vista. Ci fu invece un lampo accecante, seguito, al posto che da un tuono, da un flebile vagito. Fu in quel momento, forse, che il pastore si ricordò dell’altro figlio, un grosso pesce abboccò all’amo del pescatore, il saggio si addormentò e sul volto del vecchio padre sofferente e su quello dell’agnello comparve un sorriso liberatore.
 
Qualcuno ebbe a dire, in seguito, che non accadde nulla di tutto questo. Ma io c’ero e, poi, dell’opinione altrui mi sono sempre curato ben poco…

 

Buon Natale a tutti!!!

 

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mercoledì, 18 luglio 2007
E fu di nuovo estate. Mi ricordo, eravamo sulle banchine a cercare di carpire quel poco di refrigerio che ci concedeva la brezza serale. Si sentiva, nel mare immobile, come un ribollire sommesso dalle profondità, come un lamento, un rantolio spezzato. I vecchi fissavano quell’acqua morta o moribonda, come se da essa da un momento all’altro avesse dovuto emergere chissà quale mostruosità marina. Cosa che puntualmente si verificò.
Durante le celebrazioni di una consueta festa cittadina, con tutti gli abitanti accorsi sulle passeggiate a mare per assistere alla disfida remiera, all’atto della deposizione in mare di una corona di fiori, omaggio alla memoria dei "caduti in mare", nel momento di massima commozione, quando cioè tutte le navi alla fonda nel golfo suonavano le sirene all’unisono, mentre gli spettatori restavano muti per un minuto irreale,..la folla avvertì un rumore sordo e lamentoso provenire dallo specchio d’acqua sottostante. Fu dapprima come un’esplosione soffocata, poi un ruggito, poi un gorgoglio…Le sirene e le voci tacquero. Prima ancora che la gente avesse avuto il tempo di guardarsi in faccia con aria interrogativa, il rumore riprese più forte, ribelle e potente come un tuono. La terra cominciò a tremare. Il mare parve dapprima ritirarsi, contrarsi e poi esplose verso l’alto con una gigantesca onda d’urto.
Le celebrazioni furono sospese, i feriti accompagnati a medicarsi, il team di Super saggi interpellato con apprensione.
Questi ultimi arrivarono ad una conclusione dopo circa una settimana; e non furono buone notizie. Intanto la terra continuava a tremare, senza eccessiva violenza, ma anche senza soluzione di continuità; e il mare si ostinava a lamentarsi, a gorgogliare minaccioso.
Risultava ora palese che non erano state tanto o solo le correnti marine a creare una sorta di intasamento nel Golfo, ma era il fondale stesso che si stava elevando per chissà quale assurda ragione o capriccio della natura. In pochi giorni la profondità del mare si ridusse di quasi tre metri e un esercito ancor più imponente del precedente fu inviato per effettuare le operazioni di escavazione. Fu indetta una lotta all’ultimo sangue; più il livello del mare avrebbe continuato a diminuire, tanto più si sarebbe asportato con mezzi meccanici.
Notte e giorno l’esercito lavorò ininterrottamente e senza risparmiare energie e, intanto, il livello del mare continuava ad abbassarsi pericolosamente. Le compagnie di navigazione principali ordinarono alle proprie navi di allontanarsi dal golfo, per precauzione e ogni traffico fu fermato.
Il sindaco e le autorità competenti stavano ormai accusando evidenti crisi di nervi; continuavano a sorridere sulle televisioni e a rassicurare la gente sul futuro e ordinavano interventi sempre più accaniti, sempre più ciechi, sempre più inutili.
Lo zio Pinolo, seduto su una panchina del molo, sentenziò sconsolato: "E’ il Golfo che si da la morte da sé, prima che altri possano…". Difatti il Golfo stava morendo dopo lunga, feroce, insostenibile agonia. E ciò era ormai evidente a tutti e, quando anche i primi mezzi utilizzati per lo scavo iniziarono ad arenarsi, se ne convinsero finalmente anche le autorità cittadine.
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giovedì, 28 giugno 2007

...Peccato che Iddio non volle trattenere, su quei visi simpatici ed intelligenti, quell’espressione di beatitudine e di consapevolezza di aver operato per il bene del mondo! I sorrisi si smorzarono fin dai primi giorni dell’estate, le fronti si corrugarono ed aumentò la sudorazione, evidente segnale di un caldo eccessivo…
Era stato, difatti, un giugno particolarmente caldo e afoso, come non si ricordava da alcuni anni. La sera si levava una brezza leggera ma troppo calda, che non bastava a mitigare la sensazione di pesantezza e fastidio. Le lucciole si incrociavano rare, in quel giugno così strano; continuavano a lampeggiare negli orti, tra i filari dei pomodori, ma quasi svogliatamente, senza entusiasmo, come senza entusiasmo pareva quel mare plumbeo, apparentemente immobile, imperturbabile. Gli ultimi giorni di quel giugno che aveva già consumato, esaurito la voglia annua di estate, i sistemi di rilevamento, installati in seguito ai precedenti insabbiamenti, mostrarono un’impennata nell’attività del fondale, evidenziando che quest’ultimo tendeva ad elevarsi giorno dopo giorno. A metà del mese successivo aveva già recuperato il metro di margine progettato per simili evenienze. Prima della fine dell’estate fu dato il via alla più imponente operazione di dragaggio che si sia mai vista in un porto mercantile. Chiatte, draghe a secchie, a benna, a cucchiaio, mezzi aspiranti e ogni altro tipo di strumento che si riteneva idoneo agli scavi sul fondo furono fatti venire da ogni parte della nazione ed utilizzati senza risparmio. Questa flotta minacciosa prese possesso del Golfo e, con un lavorio continuo e meticoloso, cercò di “mangiare” ciò che la natura produceva di superfluo e dannoso. Il team di saggi di fama mondiale che fu scomodato in questa occasione non fece altro che sottolineare la singolarità dell’avvenimento e di ribadire la tesi espressa dal precedente "sinedrio" a carattere locale. Fu proposto un ingegnoso progetto che, partendo dallo studio delle correnti, permettesse, con l’ausilio di sbarramenti e dighe appositamente strutturate e posizionate, di limitare gli effetti di questo strano fenomeno. Il progetto fu immediatamente attuato. Furono calati in mare centinaia di migliaia di tonnellate di pietrame e blocchi di cemento, disposti con ingegneristica precisione ed evidente casualità. Il tentativo parve funzionare, tanto che a metà novembre, al raggiungimento del secondo metro di “margine”, fu depotenziato di alcune unità l’esercito escavatore. Quanto è potente l’ingegno umano quando si mette a disposizione della comunità per piegare le vane resistenze di una natura matrigna e conservatrice!
Detto fatto, allo sbocciare della primavera dell’anno seguente, si intuì che i problemi non erano affatto finiti…

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Vai alla parte III
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martedì, 22 maggio 2007

Questa storia che prendo a raccontare è una storia accaduta realmente, non ricordo di preciso quando ma sicuramente so dove. Non dite che non è vero, che è tutto frutto della fantasia o, meglio, della pazzia che prima o poi avrà la meglio sulla mia mente… Non consideratelo solo un sogno perché fatti del genere sono capitati e potranno ripresentarsi in futuro, se non avremo l’accortezza e la sensibilità giusta per evitarli.

Dunque, in quegli anni si stava perpetrando una politica di sfruttamento intensivo del Golfo; non preciserò quali questi abusi, quali gli interventi, quali le ricadute economiche sulla comunità. Dirò solamente che era uno stato di sfruttamento e offesa continua, totale, sempre più aggressiva giorno dopo giorno. Non dirò neanche quali i maggiori artefici, perché tutti, con poche eccezioni, accettarono questo stato di fatto.
Il Sindaco della città affacciata sul Golfo, apprezzato chirurgo estetico, considerava il tutto nella sua lungimirante visione che teneva conto dell’impatto economico, dello sviluppo industriale e culturale, non tralasciando di considerare la congenita rassegnazione e vocazione al suicidio tipica del carattere locale. Ergo, si impegnava con tutta la sua energia a non risolvere i più pressanti problemi della comunità.
Il primo segnale della catastrofe si annunciò verso la metà di febbraio. La “Queen Mary”, mega cargo da 8000 TEU battente bandiera panamense, si incagliò su una duna sabbiosa mentre si produceva in poco agili manovre, districandosi tra i gusci dei dipartisti che approfittavano della tersa giornata invernale… Quello che dapprima era stato liquidato come “errore umano” finì in breve tempo col disturbare i sogni degli addetti ai lavori. Infatti il fondale del canale navigabile, destinato al transito di questi giganti galleggianti, si era elevato di quasi un metro rispetto alla norma. Subito fu sentito il parere di esperti i quali, supportati da dati, statistiche e approssimazioni varie, asserirono che, per quanto raro, un fenomeno del genere poteva essere spiegato con la straordinaria cooperazione tra diverse correnti marine, che avrebbero concentrato verso il Golfo un’ingente quantità di sabbia e detriti. Trattandosi di un fenomeno “straordinario”, sicuramente si sarebbe risolto in un tempo decisamente breve e una semplice operazione di escavazione dei fondali avrebbe riportato la situazione alla normalità.
Alla fine del mese, difatti, i sistemi di monitoraggio della profondità marina parvero confermare una stabilizzazione del fenomeno, sicché le autorità competenti ritennero opportuno cominciare con le operazioni di dragaggio dei fondali, aggiungendo un margine di un ulteriore metro, perché, quando si ha a che fare con la natura, non si sa mai…
Cominciò nuovamente l’intenso traffico di ingombranti navi straripanti di muraglie di contenitori multicolore, che davano una pennellata di allegria a quel mare color piombo, oscurando la vista delle inutili isolette che si protendevano verso il mare sconfinato.
Sul viso grigio di amministratori e autorità varie tornarono i sorrisi, tornò la voglia di scherzare e scommettere su un futuro che si annunciava molto più roseo…

Vai alla Premessa

Vai alla parte II

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venerdì, 04 maggio 2007

Penso che se fossi sul punto di morire (e spero che Iddio voglia prolungare il più possibile l’attesa) non mi pentirei tanto o solo di ciò che ho commesso ma, piuttosto, con rammarico ed angoscia indicibile perché non rimediabile, di quello che non ho fatto. Non che non abbia colpe o meschinità terrene, cristianamente mortali e poi sarà senz’altro superbia e, dunque, di per se stessa condannabile, il ritenere di essere stato fin qui una persona inoffensiva e incapace di nuocere in maniera rilevante verso alcuno… Ma, nella mia umanissima piccolezza, sono le cose che non ho fatto per gli altri ed anche i semi che non ho saputo mettere a frutto, che mi tormenteranno e mi peseranno più di tutto. Per ora mi salva la speranza che un giorno le farò e la preghiera di ogni sera di darmi la forza e l’opportunità di realizzare qualcosa di grande, di utile, di importante…"Di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno", soleva ripetere la mia professoressa di filosofia al liceo. E queste mattonelle io le ripongo ogni giorno, ad una ad una, con una regolarità e con tale maestria da fare invidia al migliore dei piastrellisti! E se una di tali mattonelle mi viene a mancare perché, mi si perdoni l’immodestia, qualche cosa di decente riesco pure a farlo, se riesco ad uscire per un attimo dalle correnti del fiume impetuoso che trascina tra alti argini la mia vita, mi accorgo che non c’è un limite al far meglio, al fare di più… E questo fiume altro non è che una corrente di un fiume ancora più grosso e questo corrente di uno ancora maggiore e così via, senza fine, senza possibilità di arrivo. E, allora, o si lotta contro queste correnti per cercare un argine, risalendo a poco a poco e abbandonando quello che ci circonda, o ci si accontenta tutt’al più di visitare qualche flusso a noi vicino e poi ricadere nella tranquillità del nostro ameno gorgo personale. E anche ora che scrivo mi accorgo che per staccarsi da tutto questo, per lottare contro i flutti, ci vuole un coraggio che io non ho, una vocazione all’eroismo quotidiano che mi è sconosciuta, una forza che non possiedo o che non voglio usare. Ma, se il mio fiume riuscirà un giorno ad arrivare al mare, non dico un mare aperto e sconfinato, ma se sfociasse invece in un golfo protetto dai venti e dai capricci delle onde, se riuscissi ad arrivare a questo sbocco (con l’aiuto di chi non so), allora tutto sarebbe più facile e possibile. Pur nella mia piccolezza, nella mia congenita miopia, riuscirei forse a considerare acque che prima scansavo, rifiutavo per paura o per pigrizia. Certo, mi sentirei come un "raccomandato", o quantomeno baciato dalla sorte, ma sono certo che Dio mi vorrà concedere un golfo così bello e calmo dove poter ambire a qualche cosa che ancora non so ma che, di certo, è più nobile della mia piatta rigorosità di piastrellista. E se davvero mi accorgessi di aver ottenuto ciò, se davvero mi accorgessi che vicino a me ci sono acque che non devo aver paura di conoscere e visitare, beh, l’unico augurio che potrei veramente farmi sarebbe questo: "che il mare resti nel golfo"…
 
 
 
"Che il mare resti nel Golfo" prossimamente su questo BLOG
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martedì, 20 febbraio 2007

 

Segue da QUI

Si guardarono per un solo istante, un istante che però parve a lui durare come tutta la sua vita, quella vita che adesso era scura, scura come il caffè amaro che l’avvelenava ogni giorno ma che, un tempo, aveva saputo anche sorridergli ed essere dolce e follemente spumosa, come il caffè macchiato di ogni risveglio.
I suoi occhi segnati come marmo antico restarono persi dentro a quelli nitidi di lei, ombrosi come la miglior miscela arabica. E in quegli occhi riconobbe quelli della persona che, fino a poco tempo prima, gli era stata vicino. “Amelia!” - gridò con la mente e sussurrò con il respiro – “Amelia, tu…qui?” Lei lo guardava incuriosita. Ebbene sì, si chiamava proprio Amelia e si scusava per il piccolo incidente. Egli si sganciò da quegli occhi e considerò la figura intera: era proprio Amelia, con quella frangetta mora che le solleticava così graziosamente il viso! Finalmente aveva ritrovato la sua Amelia, ma non quella stanca e dolcissimamente argentata di pochi mesi prima, ma quella giunonica e impertinente di quando l’aveva conosciuta. Quando lui era ancora un giovane considerato per il fascino di un fisico atletico e di un mestiere remunerativo. Quando lui l’aveva fatta ridere la prima volta, cercando di invitarla a prendere un caffè (anzi, il suo caffè), recitando le parole che gli aveva tramandato il nonno: il tè è un vezzo da zitelle pettegole o da smidollati discepoli del regno d’Albione! Nel caffè sta la classe e l’energia dell’uomo virtuoso!Allora lei aveva riso di gusto ma con garbo, e aveva declinato l’invito…per quella volta…
Ed ecco che ora il destino gli aveva riproposto innanzi la stessa Amelia di un tempo, quella sedicenne così piena di vita, così dolcissimamente forte, così irriverentemente bella.
Il vecchio non capì cosa stesse provando in quel momento. Certo, era qualcosa di strano, un turbinio di emozioni, di sensazioni pungenti, di confusione folle. Poi forse capì. Ma aveva senso in così pochi attimi? Aveva senso in quel divergere di tempo? Non era forse tutto così incredibilmente folle? E che cos’è, dopo tutto, l’Amore?

Continua QUI

Batichèe

Quando te te me mii, bèla moéta,
co’i òci ch’i gh’han lanpi de coàlo,
a sento ‘ndrénto ar chèe na gran saéta,
na scòssa che l’arìva a l’onbrissàlo.
Ma dime ‘n po’: chi è sta quer gran pitoe
ch’i ha petüà ‘sta boca de vièa,

che la prefüma pròpio come ‘n fioe

spüntà ‘nte ‘n prado verde a primavéa?…
Forsi…te t’èi vegnü’ da na cométa
donde gh’è senpre estàde e mai inverno;

quando te m’è ‘ncontrà, pòa meschinéta,

te t’èi credü’ de vede ‘n padretèrno…
Envece a son sortanto ‘n pelandron
Ch’i viva de renciànti e nostargia;

en pòveo diào, dar chèe cén de magon,
enbriagà de müsica e poesia…
E solo co’a poesia a digo e còse
Ch’a gh’ho chi ‘ndrento, tüta a me passion,

perché davanti a te me a perdo a vose

e a fago essì a fegüa der belinon.
T’èi come ‘n célo tinto d’arlechìn,
t’èi come na vasìa dosse e legéa,

t’èi come mazo, quando l’è matìn…

Me ‘nvéce a son novénbre…verso séa.
Eugenio Giovando (poeta spezzino recentemente scomparso)

Batticuore - traduzione
Albolo consegna la sua porzione di prova ai giuratautori di Quorum
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martedì, 10 ottobre 2006

L'arca...
C’erano proprio tutti. Non è vero, come invece sostiene la sciocca canzoncina, che mancavano i due leocorni. C’erano anche quelli, perlomeno all’inizio. Dopo 35 giorni di pioggia ininterrotta, con venti che continuavano a soffiare all’impazzata da tutte le direzioni e onde più alte di una sequoia obesa…iniziarono a serpeggiare i primi malumori e un po’ di sfiducia. E naturalmente un pizzico di nervosismo. Il corvo e il gufo sostenevano che non ci fosse possibilità di salvezza. Il coccodrillo piangeva. Alcuni erano soggetti a crisi di identità. Il cane, impaurito, spiccava balzi felini ad ogni sussulto della barca e il gatto lo guardava in cagnesco. I viveri iniziarono a scarseggiare. Tutta l’imbarcazione era un perpetuo lamento e grida di disperazione soffocavano l’ululato del vento. Noè fissava i conigli con espressione interessata ma il Signore gli ricordò che il suo compito era salvare gli animali, non di farli oggetto del proprio estro culinario e, per essere più convincente, gli incenerì i baffi con una saetta. I conigli e l’ENPA resero grazie a Dio, Noè finalmente si rasò. La situazione divenne drammatica e fu riunita tutta la comunità per deliberare sul da farsi.
Noè fece la sua proposta: “Sacrifichiamo i conigli: sono tanti e gustosi…” Poi si ricordò dei baffi e si zittì. Qualcuno propose il leone ma questo non si mostrò per nulla collaborativo. L’ape fu scartata perché produceva il miele, la pecora dava la lana, la gallina faceva le uova, la mucca il latte. “E Noè cosa fa?” domandò provocatoria la tigre… “Io faccio…il caffè!”, improvvisò Noè, suscitando unanimi consensi. Il canguro prese la palla al balzo e azzardò: “Gli unici che non partecipano a questa riunione sono i leocorni (guardate come sono intenti ad amoreggiare, mentre qui si discute il futuro del creato!). Tra l’altro qualcuno sa per caso dirmi a cosa servono i leocorni?” Il silenzio fu totale e la tavola imbandita. “Ma se qualcuno ci contestasse l’arbitrarietà di questa decisione?” fece la lepre titubante, “Diremo che i leocorni non sono mai saliti su questa barca…”, osservò lo sciacallo. Dopodiché si udì solo un prolungato e vigoroso lavorio di mandibole.

 

Al paziente lettore l'arduo compito di trovare la morale della storia, ammesso che morale ci sia. Cosa che non darei così per scontata...

 
 
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venerdì, 15 settembre 2006

Alla stazione di Montuolo il treno non ferma più. Scivola via con la sua disarmante pigrizia, strisciando sui rovi bagnati e invadenti in questo spettro di settembre. Eppure un tempo ci sarà pur stato qualcuno ad aspettare un convoglio e una voce da grammofono avrà pur scandito le altisonanti parole: "Montuolo, stazione di Montuolo!". Oggi no e seduto sulla panchina, davanti a vetri infranti e proprio sotto le lettere in rilievo che battezzano la località, c’è un bambino vagamente obeso che guarda i treni che non fermano. Io non riesco a trattenere un velato ghigno sotto i baffi.
"Lasciamo perdere il fatto che i baffi non li hai, comunque il ghigno beffardo te lo potevi anche risparmiare! Credi di poter passare di qua e ridere del nome del mio paese senza treni? Fatti un esame di coscienza: stai raccontando una cosa senza senso e di nessun interesse! A chi credi possa importare di leggere riguardo ad una stazione fantasma e un bambino (sorvolo sull’appellativo "obeso") che non ha niente da fare? Considera la tua pochezza: non sei in grado di costruire storie. In quello che racconti non c’è una trama, non succede nulla, proprio come nella tua vita reale. Avresti potuto perlomeno narrare della tragica fine di mia nonna, in concomitanza del primo treno che non si fermò, o dei nubifragi dello scorso autunno…le disgrazie sono molto premiate dagli ascolti! E invece niente, ti stai rigirando attorno a un grappolo di parole inutili, senza scampo. Sei patetico."
Bambino smodatamente obeso, credo di aver capito perché a Montuolo non fermano più treni; se tutti gli abitanti di queste quattro case sono rompicoglioni come te, vedrai che tra poco non fermeranno più nemmeno gli autobus! E, così pensando, mi sono grattato il naso.
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domenica, 11 giugno 2006
E’ evidente che è ben poco quello che ho da offrirti: non abbondanza, non spensieratezza, non divertimento…
Non importa.
Anzi, a ben vedere, è poco proprio quello che io posseggo: non coraggio, non scaltrezza, non carisma… Avevo, è vero, un po’ di fantasia ma si è seccata, con il tempo…
La fantasia è come l’acqua: disseta come nient’altro ma evapora facilmente. Che vuoi farci?
Ma se non ho nulla da offrirti ora, come potrò donarti una vita degna del tuo rango, degna di una principessa?
Sarò principessa ogni volta che tu lo vorrai.
Ma non avrò parole per te…
Le parole sono aria.
Deluderò i tuoi sogni…
Li rifaremo assieme.
La mia goffaggine farà ridere di noi…
Sarai comunque il mio principe.
Allora un bacio, un bacio solamente e diventerò tuo simile e, se lo vorrai, il tuo compagno per sempre.
 
La storia vuole che con un bacio la metamorfosi si compì e che i due si unirono per sempre con una grandiosa cerimonia. “Vuoi tu prendere come compagna e via dicendo? E tu come legittimo consorte eccetera eccetera finché morte eccetera e così via?” Un duplice “CRA CRA” sancì l’unione.
Questa è la storia a lieto fine (a volte succede) dell’uomo che si innamorò di una ranocchia e decise, per amore, di assumere sembianze di batrace. Seguirono festeggiamenti e il canto “celestiale” di tutto il ruscello. Seguirono anche mormorii di qualcuno che disapprovava ma, francamente, questo va ben oltre il mio interesse.
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