...Peccato che Iddio non volle trattenere, su quei visi simpatici ed intelligenti, quell’espressione di beatitudine e di consapevolezza di aver operato per il bene del mondo! I sorrisi si smorzarono fin dai primi giorni dell’estate, le fronti si corrugarono ed aumentò la sudorazione, evidente segnale di un caldo eccessivo…
Era stato, difatti, un giugno particolarmente caldo e afoso, come non si ricordava da alcuni anni. La sera si levava una brezza leggera ma troppo calda, che non bastava a mitigare la sensazione di pesantezza e fastidio. Le lucciole si incrociavano rare, in quel giugno così strano; continuavano a lampeggiare negli orti, tra i filari dei pomodori, ma quasi svogliatamente, senza entusiasmo, come senza entusiasmo pareva quel mare plumbeo, apparentemente immobile, imperturbabile. Gli ultimi giorni di quel giugno che aveva già consumato, esaurito la voglia annua di estate, i sistemi di rilevamento, installati in seguito ai precedenti insabbiamenti, mostrarono un’impennata nell’attività del fondale, evidenziando che quest’ultimo tendeva ad elevarsi giorno dopo giorno. A metà del mese successivo aveva già recuperato il metro di margine progettato per simili evenienze. Prima della fine dell’estate fu dato il via alla più imponente operazione di dragaggio che si sia mai vista in un porto mercantile. Chiatte, draghe a secchie, a benna, a cucchiaio, mezzi aspiranti e ogni altro tipo di strumento che si riteneva idoneo agli scavi sul fondo furono fatti venire da ogni parte della nazione ed utilizzati senza risparmio. Questa flotta minacciosa prese possesso del Golfo e, con un lavorio continuo e meticoloso, cercò di “mangiare” ciò che la natura produceva di superfluo e dannoso. Il team di saggi di fama mondiale che fu scomodato in questa occasione non fece altro che sottolineare la singolarità dell’avvenimento e di ribadire la tesi espressa dal precedente "sinedrio" a carattere locale. Fu proposto un ingegnoso progetto che, partendo dallo studio delle correnti, permettesse, con l’ausilio di sbarramenti e dighe appositamente strutturate e posizionate, di limitare gli effetti di questo strano fenomeno. Il progetto fu immediatamente attuato. Furono calati in mare centinaia di migliaia di tonnellate di pietrame e blocchi di cemento, disposti con ingegneristica precisione ed evidente casualità. Il tentativo parve funzionare, tanto che a metà novembre, al raggiungimento del secondo metro di “margine”, fu depotenziato di alcune unità l’esercito escavatore. Quanto è potente l’ingegno umano quando si mette a disposizione della comunità per piegare le vane resistenze di una natura matrigna e conservatrice!
Detto fatto, allo sbocciare della primavera dell’anno seguente, si intuì che i problemi non erano affatto finiti…
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E così il nostro caro Ugo è partito coraggiosamente per la sua ennesima missione civilizzatrice nelle lontane e fredde terre abitate dalla “progenie di gente che ignorava la scrittura con la quale tramandare i documenti della propria vita, nel tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio e Augusto”. Tornerà tra di noi solamente alla fine di luglio, probabilmente facendosi annunziare da roboanti rutti esalanti un vago aroma di crauti.
Così la sua “ultima cena” italiana è stata l’occasione per ritrovarsi, dibattere su argomenti scarsamente profondi e rileggere le stravaganti affermazioni uscite dalla bocca del prof. Festalarel in quarta liceo; tali perle di saggezza erano state a suo tempo catturate all’istante ed impresse su un quadernuccio che custodisco personalmente con non celata gelosia.
Festalarel era (e spero lo sia tutt’ora) un ometto piccolo, baffuto e buffissimo, proveniente da Torino dove – sosteneva - aveva piegato la resistenza di turbolenti studenti di un malfamato quartiere cittadino. La moglie, all’epoca, lo sopportava a fatica e suo figlio Cantor al telefono non lo riconosceva e soleva domandare “ma papà chi?” Attualmente la moglie lo ha sbattuto fuori di casa e, probabilmente, il figlio continua a non riconoscerlo.
Nelle prime lezioni si era presentato a noi mostrando il suo lato autoritario e ponendoci innanzi a scelte importanti: “…ora o state zitti, o state zitti per forza! Quindi state immobili o mobili ma in silenzio! Non posso mica fare sempre il Super Vigile con il fucile spuntato!”
Ma a me piace ricordarlo con l’immagine del giorno seguente martedì grasso quando, entrando in aula, si dimenticò addirittura di salutare e si diresse deciso verso il vassoio con gli avanzi degli stracci (cenci, chiacchiere, chiamateli come volete), sparendo in una nuvola di zucchero a velo. Da tale nuvola emerse poco dopo con i baffi canuti, domandando “Vi faccio ridere io?” No, caro Festa, è la vita…
P.S. A grande richiesta pubblico un fac-simile dello stemma del dio-albi, come specificato nel post precedente.

Io, quando ero liceale, ero un ragazzetto idiota. Solo molto più tardi si è verificato il malaugurato peggioramento. All’epoca, con somma modestia, amavo essere chiamato "il dio". Il mio stemma raffigurava la facciata di un tempio greco (stile dorico, per intendersi), con un’enorme saetta (stile saetta, per ri-intendersi) sovrapposta e la maestosa scritta "DEUS ALBI", sorgente dal punto in cui essa si conficcava. Su quanti banchi avrò inciso, nel corso dei 5 anni, questo bellerrimo stemma non lo ricordo davvero; ricordo solo che la mia prof di disegno e arte, invece di lodarmi, sentenziò acida: "Io te lo farei ripagare!". Arida, ecco cosa sei sig. Tantulli! E noiosa pure. Arida e noiosa (cit.)!
In realtà io ero una personcina buona e semplice, coi capelli lungheggianti, una miopia alla quale non volevo arrendermi e tanta voglia di fare…poco. Mi dilettavo a comporre poesiucole scarsamente edificanti su compagni e professori, a scarabocchiare sull’inseparabile diario, a bucare i muri e ammirare estasiato le più belle ragazze della scuola. E a divertirmi con i ragazzi della "curva", perpetuamente disposta sul fondo della classe. Essa "curva" comprendeva: il Dimpo (noto anche come il SAFFU e anche altrimenti), il ginnico Illeo, il malpancista Illori, il bucolico Ugo (all’epoca non ancora bucolico per la verità), l’impalato Rana, il Pompa (figlio di pompiere, non pensate male!), oltre naturalmente al succitato dio-io. Risentirete parlare di loro: ho intenzione di raccontarvi in seguito qualche simpatico aneddoto scolastico. Ma per ora basta così; al solo ricordo mi assale una nostalgia dolce-amara che mi toglie il respiro. La stessa che mi ha spinto a non accettare, per molti anni, la fine di quello splendido periodo, con folli rincorse e conseguenti amare disillusioni. E ringrazio la deforestazione cranica per avermi fatto capire che adesso sono un'altra persona, magari un po’ più vuota ma più cosciente dei suoi mezzi: una Clio di seconda mano e uno scooter Kymco con ormai troppi Km sulle ruote...

